Siamo a Campiglia nel 1783. Luigi è uno dei tanti ragazzi rimasti orfani di padre da piccoli. Lui aveva solo sette anni quando il babbo morì.
La mamma, Lucia Francesca, che di anni ne aveva ventisei, si era risposata poco dopo con Antonio, nella speranza di garantire ai suoi figli un futuro più stabile, ma purtroppo le cose erano andate molto diversamente.
Dai verbali del processo che vide come protagonista il giovane ragazzo e il suo patrigno, emerge la dura realtà del tempo.
«In una stanza ad uso di cucina fu veduto giacente in un piccolo letto un uomo di capello nero tagliato a zazzera e riserrato dentro una rete di filaticcio verde…
Io sono e mi chiamo Luigi del fu Lorenzo Ghetti di Campiglia, in età d’anni ventidue, sono scapolo e faccio il porcaio.
Antonio Dini mi ha ferito con una coltellata nel braccio sinistro e voglio che sia proceduto contro di lui secondo le leggi e che sia condannato in tutti i danni e spese che mi ha cagionato con questa ferita, per la quale sarò obbligato a stare a guardare il letto per lungo tempo.
Bisogna premettere che il Dini è sempre involto nel vino e di continuo briaco. Io sono stato sempre con lui perché è il mio patrigno.
La sera del 4 dicembre 1783, fra le 24 e l’una, tornai dal piano e me ne andai, come di consueto, a casa. Vi trovai il Dini, il quale mi disse: “cosa vuoi di qua?”
Gli risposi: “son venuto a mangiare e dormire in casa come al solito e non so per quale ragione mi parliate così”.
“Non ti ci voglio più”, replicò, e io gli dissi che non avevo fatto male alcuno e che volevo restare. Prese allora lo schioppo ed il pastrano ed uscì di casa.
Quando fu fuori tirò su il cane e, spianandomi contro lo schioppo, mi sgrillettò, ma per mia fortuna lo schioppo non prese. Saltai allora fuori e gli levai lo schioppo.
Lui mi disse che era uno scherzo ed io gli replicai che per tale lo prendevo ma che volevo stare in pace e mi misi a sedere. Ma lui, digrignando i denti, mise mano ad un coltello flessibile da tasca.

Me ne fuggii per uscir di casa ma non feci tanto lesto, perché esso mi dette un colpo in direzione del petto che parai col braccio sinistro, nel quale mi ha fatto una grossa ferita.
In quanto a me, io gli ho voluto sempre bene come patrigno, ma lui mi ha sempre odiato, senza avergliene dato motivo alcuno.
Ho solo cercato di correggerlo bonariamente per la sua continua ubriachezza, durante la quale attacca briga con tutti e specialmente colla mia povera madre.
Io non mi rivoltai al Dini, né in fatti né in parole, cercai solo di scappare.
Giovanni Giorgini e Giuseppe Berti che stanno vicini di casa avranno sentito gridare, ma non avranno veduto, perché era buio, essendo più vicini all’una che a mezzanotte. Ma mi avranno sentito gridare: “aimé, son ferito!”
Giunto in casa di Francesco Ducci, dove mi trovo, ai miei pianti corsero Maria e Antonio Simonetti, ai quali raccontai che Antonio Dini, mio patrigno, mi aveva dato una coltellata. Videro la ferita dalla quale versava sangue a bocca di fiasco.
Ieri l’altro, 7 dicembre, venne a vedermi Pietro Luciani, capraio di Antonio Dini, e mi disse che il Dini gli aveva raccontato di avermi tirato una coltellata nel braccio sinistro, ma che non voleva colpirmi lì, ma nella pancia.
Antonio Dini avrà passato quarant’anni, ha moglie e figli e non ha entrate patrimoniali, il suo mestiere è di star sempre nelle cantine e quando è briaco attacca briga con tutti».

La testimone Maria Simonetti disse: «ero in casa mia assieme con Antonio mio marito, sentimmo piangere ed entrare uno piangendo in casa di Francesco Ducci che resta dirimpetto la mia.
Di lì ad un momento il Ducci ci chiamò che corressimo là, dove vedemmo Luigi Ghetti con una grossa ferita nel braccio sinistro, il quale piangendo ci raccontò che Antonio Dini, suo patrigno, gli aveva dato una coltellata.
Ed è stato lui, perché da quella sera in poi non si è veduto più in Campiglia e si dice che si sia ritirato nello stato di Piombino, pensando di averlo ferito a morte».
Giovanni Giorgini rilasciò la seguente dichiarazione: «circa all’una di notte, ero in casa mia a finestre serrate, la quale casa resta di fronte a quella di Antonio Dini.
Sentii gridare e bestemmiare il Dini, ma siccome succede quasi ogni sera che mentre torna a casa ubriaco fa chiasso, non mi affacciai neppure.
Dopo la voce di Antonio Dini, sentii quella di Luigi Ghetti che, piangendo, diceva: “mi ha ferito, mi ha tirato una coltellata quel briccone!” Poi non sentii altro.
La mattina dopo domandai alla moglie del Dini cosa fosse successo la sera avanti e lei mi rispose che Antonio aveva tirato una coltellata in un braccio a suo figlio Luigi».
Anche Giuseppe Berti testimoniò di fronte alla corte: «la mattina del 5 dicembre, Francesco Ducci, cugino di Luigi Ghetti, mi disse che Antonio Dini, suo patrigno, gli aveva tirato una coltellata nel braccio sinistro.

La sera del 4 ero in casa del signor proposto di Campiglia, dove sto come vetturale e dove mangio e dormo. Certamente, se fossi stato a casa mia, avrei sentito e veduto tutto, perché resta dirimpetto alla casa dove abitano il Dini e il Ghetti.
Il Dini è continuamente briaco e, quando è in quello stato, vuole ammazzare bestie e cristiani».
Alla fine, la causa fu sospesa, perché Luigi, che doveva avere un cuore d’oro, decise di perdonare Antonio.
Fonte della ricerca: Archivio di Stato di Livorno, Tribunale di Campiglia, filza 349, cc. 306-317
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Orgoglioso di avere nel mio comune, ben amministrato, un vero, bravo, assessore alla Cultura.
Belle storie “vere ” raccontate come fossero episodi di un libro, grazie