Un furto di formaggio a Sassetta nel 1800
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Nell’estate del 1800, Girolamo Antonini (1776-1804), giovane contadino di Sassetta, si presentò a Palazzo Pretorio, di fronte al giudice di Campiglia, per essere ascoltato riguardo ad un furto subito, alla fine di giugno, da lui e dal suo compaesano Valentino Petri.

I due derubati, entrambi analfabeti, si erano rivolti al parroco di Sassetta, don Basilio Papi, per farsi scrivere la denuncia da presentare al vicario di Campiglia, poi il processo aveva avuto inizio.

Il 29 agosto, in tribunale, l’Antonini rilasciò la seguente dichiarazione: «Due o tre giorni dopo la festa di San Giovanni [24 giugno] prossima passata, mi furono rubate diciotto forme e poi otto, cioè circa ventiquattro [sic] forme di cacio, che io avevo ed ero solito tenere nella caciaia di Valentino Petri, che rimane sopra la fonte della Sassetta… Siccome dalla detta caciaia di Valentino Petri furono rubate molte forme anco a lui ed anche della carne salata, così si fece fare tutto un referto che si fece scrivere al signor pievano della Sassetta…

Io non gli posso dire in che ora precisa fosse commesso questo furto, perché io non mi ci trovai presente, ma deve essere stato sicuramente di notte perché, la sera antecedente, mi disse il Petri che vi era stata a vederlo la sua moglie e che, allora, vi era tutto; e la mattina, circa le ore otto, nell’andare assieme col Petri a vedere questo cacio, ci accorsemo [accorgemmo] che era stato portato via.

Circa poi alla maniera con cui fu commesso questo furto, io credo che fosse commesso con qualche chiave falza, giacché non si trovò veruno scasso all’uscio, né ci si vedeva che ci fosse stato fatto alcuno sforzo, e si trovò serrato bene come era stato lasciato la sera avanti… Io me ne dolsi e lamentai subito l’istesso giorno a Carlo Donatucci, al signor Giovanni Venanti e a molti altri… le mie erano forme quasi tutte di capra, a riserva [ad eccezione] di quattro che erano di pecora.

Erano tutte quasi secche e quasi in grado di potersi riporre. Ve ne erano di diversi pesi, cioè di sei [2 kg], di quattro [1,3 kg], di tre libbre [1 kg]. Le forme di Valentino Petri erano tutte tutte di capra e, fra le medesime, ve ne erano di diversi pesi come le mie e, rivedendole, potrebbe essere che io le riconoscessi… Il formaggio che mi fu rubato sarà stato dell’importare [del valore] di circa sette o otto monete, perché era cento libbre [34 kg]».

Il giorno dopo, il giudice ascoltò la versione di Valentino Petri: «Io son venuto per dirli che Francesco Rafanelli, detto [soprannominato] il Presidente, oste della Sassetta, mi ha detto che lui sa chi sono stati i ladri che gli rubarono il formaggio…

Veramente [in realtà] il Presidente non disse a me queste cose ed ho sbagliato quando, d’anzi [dianzi, poco fa], gl’ho detto che il Presidente, Francesco Rafanelli, m’aveva detto chi erano i ladri del mio formaggio, ma esso Rafanelli lo disse a Vincenzio Antonini e detto Antonini lo riportò a me, il quale, di più [inoltre], mi disse che il Rafanelli gl’aveva detto che i ladri del mio formaggio erano stati tre e che questi erano quei tre forestieri che abitavano a Suvereto e che solevano venire continuamente alla Sassetta e andavano a mangiare continuamente dal detto Rafanelli… me lo disse circa dieci giorni fa, nel borgo di mezzo della Sassetta, e non v’era presente alcuno…»

Poi, dopo che il giudice aveva chiesto al Petri se conosceva l’identità dei tre sospetatti, l’uomo continuò dicendo: «Io non so come si chiamano, né a nome né a casato [né di nome, né di cognome], i detti forestieri, ma ho inteso dire [sentito dire] che siano due di Lucca ed uno di Fivizzano; e presentemente a Suvereto non ci stanno più, perché sono stati mandati via, e di lì andarono a Campiglia, ma anche in questo luogo furono mandati via; ed anche gli devo dire che uno di coloro m’è venuto in mente che lo chiamano Tambella, che non so se sia un sopranome o il suo casato…

me lo disse il messo di Campiglia, che lo chiamano il Nardi, il quale mi disse ancora che, fra questi, c’era questo Tambella, ma che neppure lui sapeva il nome, non potendoli dire niente di più perché non tenni col detto messo Nardi altro discorso che questo… Io gli devo ancora dire che il mio figlio Matteo, ritrovandosi a Campiglia circa dieci giorni sono [fa], ebbe luogo [modo] di discorrere con Giuseppe Vannetti il quale, essendo entrato in questo discorso del furto del mio cacio, gli disse che lui sapeva bene chi era stato l’autore del furto statomi fatto e precisamente gli disse che era stato il suddetto Tambella».

Questa fu la descrizione che il Petri fece del Tambella: «è un uomo piuttosto di statura grande e ben complesso [ben piazzato], dimostra circa trenta anni, mi pare che abbia i capelli neri legati a coda e di carnagione bruna, non potendo descrivere meglio costui né dirle altro delle sue qualità [del suo aspetto], giacché io non l’ho in pratica [non lo frequento], avendolo visto una volta sola…»

Poi, riguardo agli altri due soggetti, aggiunse: «Io ne conosco uno soltanto, di vista, e questo è un uomo di statura giusta [media], snello, di carnagione pallida, non potendoli dire di che colore avesse i capelli perché due altre volte che gli ho discorso [parlato] era sempre di notte; e faceva il mestiere del calzolaio, come mi disse lui medesimo e come si ravvisava anco [si capiva anche] dal grembiule di pelle che aveva all’uso [alla maniera] dei calzolai;

ed anzi, gli dirò che quest’uomo andò dal signor Antonio Romagnoli, a Suvereto, e gli disse che sapeva che alla Sassetta doveva essere scassata [scassinata] una caciaia e che perciò avesse fatto star vigilato [messo in guardia] suo fattore che tiene alla Sassetta, perché non gli fosse rubato il cacio; e di più li disse ancora che, se gl’avesse dato due zecchini, gli avrebbe scoperto i ladri, ma lui non si volle intrigare [immischiare] in questo fatto, perché alla Sassetta non c’aveva cacio, e perciò a lui non glielo potevano rubare.

Dopo che fu seguito [avvenne] questo furto, il signor Romagnoli mi mandò a chiamare a Suvereto ove, essendo andato, fece venire in casa sua questo ciabattino e lo fece abboccare [parlare] con me perché m’avesse dato il riscontro per venire in chiaro [affinché mi desse informazioni per chiarire] chi erano gli attori [autori] del detto furto, ed in fatti, avendo discorso tutti e tre assieme in casa del signor Romagnoli, questo ciabattino raccontò alla nostra presenza che, essendo una sera, poco tempo avanti al seguìto [all’accaduto] furto, per strada di Sughereto [Suvereto], vedde venire [vide arrivare] la guardia della Sassetta, che non disse come si chiamasse, assieme con due forestieri, che non nominò, avendo detto semplicemente che erano quei forestieri che son soliti venire alla Sassetta;

si ritirò fuori di strada e si misse dietro a dei macchioni [uscì dalla strada e si nascose dietro alla folta vegetazione] ove non era veduto e, siccome il luogo dove si era fermato era vicino alla strada… poteva sentire molto bene i discorsi che venivano fatti da quelli che passavano; e ci raccontò che aveva inteso benissimo che i medesimi tre soggetti concertavano di rubare il cacio da una caciaia posta alla Sassetta, dirimpetto al palazzo dei signori Montalvi [la famiglia Ramirez di Montalvo, feudatari di Sassetta], e che uno dei detti forestieri dimandava alla suddetta guardia come erano forti i serrai dell’uscio [quanto fosse resistente la serratura della porta] della detta caciaia, e la guardia suddetta li rispose che con una culata gli bastava l’animo buttare all’aria l’uscio della detta caciaia [che bastava loro decidere di buttare giù l’uscio della detta caciaia con una culata].

Questo fu il discorso che ci fu allora, ma poi, pochi giorni dopo, essendo tornato a Suvereto in casa del signor Romagnoli, feci chiamare il detto ciabattino per sentire se aveva altri riscontri [altre informazioni] da dare relativi al detto furto; ed infatti, essendo venuto nella suddetta casa Romagnoli, lo cominciai a interrogare su tal proposito, e lui mi disse che, se gli avessi dato due zecchini, mi avrebbe indicato dove era il cacio;

ed avendoli io replicato che, se l’avessi ritrovato, non avrei avuto difficoltà di darglieli, allora mi disse che il cacio non era stato per anco [ancora] portato via, ma che doveva essere portato via la sera medesima, e che perciò avesse fatto invigilare per la strada di Suvereto, di Campiglia e di Castagneto, giacché nemmeno lui sapeva per quali di queste strade si fossero [sarebbero] incamminati; e mi disse ancora che il formaggio rubato doveva essere sempre alla Sassetta, o lì poco distante, e che la notte lo dovevano portar via, e mi disse… che complici di questo furto erano anche il detto Francesco Rafanelli, Giuseppe Vannetti di Campiglia e Bartolomeo Bussotti della Sassetta…

Mi disse che questo formaggio doveva essere o nell’orto vicino alla caciaia, che io pensai potesse essere l’orto di prete Novelli [don Giovan Battista Novelli, futuro parroco di Sassetta], giacché questo ora si tiene in affitto dal Rafanelli, o pure nella macchia lì vicina; per altro non fu vero, perché fu trovato nel Poggio dei Morti [in località Poggio ai Morti], nella giurisdizione di Suvereto, il luogo ove si vedeva esserci stato riposto il formaggio, giacché ci si vedevano i frammenti ed anco dei pezzetti piuttosto grossi…

Io non so se l’abbia raccontanto altro che a me [solo a me] e al detto signor Romagnoli, ed anzi ci diceva che non ne avessimo parlato con nissuno, perché aveva paura che qualcheduno di coloro gli avessero dato un colpo [qualcuno di loro lo avrebbe picchiato]; bensì disse che, qualora il tribunale gli avesse fatto il passaporto, giacché era contumace, sarebbe venuto ad esaminarsi [a testimoniare], ma poi costui se ne partì da Suvereto senza che io sappia dove di presente si trovi…»

Il primo settembre fu ascoltato in tribunale Matteo Petri (1780-1851), figlio di Valentino, che raccontò alla corte dell’incontro avuto, mentre si trovava a Campiglia, con Giuseppe Vannetti (1770 c.-1810): «Un giorno che ben non mi ricordo, ma mi pare che fosse l’ultimo giorno di agosto, ritrovandomi io a Campiglia per diversi miei affari, m’incontrai con un certo Giuseppe Vannetti di Campiglia, il quale mi fermò e mi entrò nel discorso del furto seguìto a mio padre del formaggio e, in tale riscontro, mi disse che si era avuto molto a male che mio padre avesse incolpato lui del suddetto furto, mentre diceva che non era capace di certe cose;

ma bensì mi disse in tal circostanza che, se mio padre fosse andato da lui a discorrere di quest’affare, lui lo avrebbe messo sulla buona strada, perché sapeva molto bene chi erano stati quelli che avevano commesso detto furto; mentre i ladri erano stati da lui ad esibirli in vendita detto cacio, ma non lo volle comprare, come asserì; ed anche in tempo che [mentre] si faceva questo discorso, passò un forestiere che io non conosco e allora mi disse: “guarda, questo è uno dei ladri che ha rubato il cacio a vostro padre”, e mi soggiunse che lui sapeva come era andato il fatto e che aveva notizia che questo cacio era stato portato a vendere a Piombino…

Mi disse che sapeva tutto questo perché incontrò, per il piano [nella pianura intorno a Campiglia], diversi soggetti i quali esibirono in vendita ad esso del formaggio, ma che non lo volle comprare perché sapeva che era rubato. Come poi sapesse questo non me lo disse.

Circa poi agli autori del furto, mi nominò due soggetti, ma non me ne ricordo, e solamente mi pare che nominasse un certo chiamato il Soldatino, che io non so chi sia, perché non l’ho mai inteso [sentito] nominare… Vi era presente Marco Lepri della Sassetta ed un altro uomo che non so chi sia…

Quello che il Vannetti ci insegnò [indicò] essere uno dei ladri del furto di mio padre era un uomo di giusta statura, ben quartato [robusto], era di carnagione nera, aveva i capelli neri e mi pare che avesse la coda, ma non me ne ricordo bene; ed era in maniche di camicia, quale era di bordatino [tessuto di cotone a righe] di diversi colori; e sentii dire, che ora non mi ricordo da chi, che questo uomo si chiamava Tambella… Io non discorsi col detto Vannetti di altre cose relative al suddetto furto…»

La deposizione rilasciata il giorno seguente dal ventiseienne sarto lucchese Giovan Francesco Franchi, aiutante del Vannetti, aggravava di molto la posizione di quest’ultimo: «Io sto qui in Campiglia nella bottega di un certo Giuseppe Vannetti, che anch’esso fa il sarto, e lavoro per lui…

Circa due mesi fa, mi chiamò una sera, circa le ore ventiquattro, e mi disse che fossi andato [di andare] fuori di porta [la porta del paese] a rincontrare [riscontrare, andare incontro] l’oste della Sassetta, che doveva scortarli una soma [trasportargli un carico] di formaggio, e mi disse che l’avessi condotto [portato] a casa sua… giacché aveva promesso ad un bottegaio di Campiglia, che non mi ricordo chi dicesse, di farglielo vendere; ma essendoci andato io, non veddi [vidi] alcuno.

La mattina dopo, io gli dissi che non avevo veduto alcuno col formaggio ed esso mi diede ordine che ci fossi ritornato la sera dopo, ma io… non ci volli tornare perché il Vannetti è un imbroglione e perciò incominciai a dubitare fra me di qualche cosa…  Lo dissi ad Agostino Ricci, in aria di confidenza [in modo confidenziale], manifestandoli il mio dubbio…»

Il 19 settembre fu convocato a Campiglia un altro testimone, il benestante signor Giovanni Venanti di Sassetta, che disse il poco che sapeva: «Il Petri è una persona di garbo, per tale reputata da tutti… Io so che, circa due o tre mesi fa, gli fu sfondata la caciaia e gli fu rubata una quantità di formaggio che ci aveva, non tanto lui quanto Girolamo Antonini…

Io sono di ciò informato perché me lo raccontò il detto Petri, dolendosi di tal fatto… Pochi giorni prima, ero stato nella sua caciaia, assieme con Carlo Donatucci, e la medesima era quasi piena ed in una tavola separata vi erano circa 20 forme, che detto Petri ci disse essere di Girolamo Antonini… Io veddi che era formaggio ricottoso, ma non posso descriverlo, perché è come l’altro e non sono in grado di riconoscerlo…»

Subito dopo fu chiamato a deporre anche il fabbro di Sassetta, Carlo Donatucci (1758-1828): «Lo conosco benissimo [al Petri] che è della Sassetta… Io so che fu rubato, circa due o tre mesi sono [fa], del formaggio nella caciaia, che li fu aperta con chiave falza e, nel medesimo, ne rubarono anche a Girolamo Antonini, che lo teneva lì; e fuori di questo non so che li sia accaduto altro…

Io so una tal cosa perché, subito la mattina seguita che fu, venne il Petri a raccontarmela e mi fece levare la toppa per osservarla se vi erano rotture, che io non trovai, e mi ci fece mutar gli ingegni [sostituire i meccanismi della serratura]… Sicuramente che lo aveva [il formaggio] perché, poco prima che li fosse rubato, ebbi luogo di andare nella sua caciaia e veddi che la medesima era piena; e poi se non fosse stato vero non l’avrebbe detto, perché è un uomo incapace di dire una cosa per un’altra…

Io veddi che era formaggio di capra piuttosto bello e vi erano forme di diversa grandezza, ma non sono in grado di riconoscerlo…»

Due giorni più tardi dovette presentarsi in tribunale anche la moglie di Valentino Petri, Elisabetta Matteoni (1763 c.-1831), la quale dichiarò: «Del cacio ne fu rubato a me e a Girolamo Antonini. Quello di Girolamo non so quanto fosse, ma il mio era da 120 forme, era tutto di capra, a riserva [ad eccezione] di tre o quattro forme che era di pecora, ed una forma di ricotta; era quasi secco, era di diverse grandezze: cioè di due, tre o quattro libbre l’una, e qualcheduna anche delle più grosse… Lo riconoscerei facilmente alla fattura, avendolo fatto io…

Io sento dire in casa che sia stato un certo Vannetti di Campiglia, ma poi, per dirgli il vero, di certe cose io non ne so niente, perché attendo alle [mi occupo delle] cose di casa».

Il 27 settembre fu ascoltato Vincenzo Antonini (1770-1804), che raccontò al giudice il contenuto di una conversazione avuta con un suo compaesano: «Io so che, circa due o tre mesi fa, gli fu aperta [a Valentino Petri] la caciaia e rubbato tutto il formaggio… Gli dirò che, circa un mese fa, non ricordo il giorno, poco prima, tornando dalla macchia con un certo Giovan Battista Rafanelli, figlio dell’oste della Sassetta chiamato il Presidente, come essendo entrato nel discorso di tal furto, il medesimo mi disse che credeva che un tal furto fosse stato commesso da certi forestieri, in numero di tre, che stavano a Suvereto e continuamente vengono alla Sassetta a mangiare alla sua osteria…»

Per capire su quali basi si fondassero i sospetti del giovane Rafanelli, il vicario lo chiamò a testimoniare, chiedendogli se avesse mai parlato del furto con Vincenzo Antonini: «Sicuramente che vi ho parlato e, anzi, mi rammento che, circa due mesi sono [fa], ritornando dalla macchia assieme con detto Antonini, si entrò in tal discorso e si facevano le nostre congetture [su] chi potesse essere stato, ed io gli dissi che dubitavo che fossero certi tre forestieri che stanno a Suvereto e che vengono spesso alla Sassetta alla mia osteria…

Son tre che vengono a bere e mangiare, ma poi se ne vanno, e però non so chi sieno, né come si chiamino, né a nome né a casato… Io non ho verun fondamento sicuro ma, siccome vengono alla Sassetta spesso come fuggiaschi, né si trattengono mai di notte, ed hanno certe faccie che sembrano veri ladri e birboni, onde io ho sospettato che loro venissero spesso per fare le loro speculazioni e che, finalmente, commettessero detto furto, tanto più che dopo tal furto io non gli ho veduti più».

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