Siamo abituati a pensare che, nei secoli scorsi, il mondo fosse molto diverso da oggi e in effetti in gran parte è così. Ma ci sono cose che non cambiano mai, come la voglia dei giovani di divertirsi, far festa e stare fuori fino a tardi, soprattutto nelle calde sere d’estate.
La notte tra domenica 27 e lunedì 28 agosto 1747, un gruppo di ragazzi campigliesi stava frescheggiando nella piazza del paese. Tutto filava liscio e tranquillo, fino a quando…
Cosa accadde lo apprendiamo direttamente dalla voce di uno dei protagonisti, che fu ascoltato in tribunale per spiegare quello che gli era successo:
«Io mi chiamo Valentino Zolli, avrò circa 34 anni, abito in Campiglia e il mio mestiere è di fare il bracciante per guadagnarmi il pane. Domenica sera, circa all’ore due della notte, uscito di casa mia, venni in piazza ove erano dei giovanotti che sonavano la chitarra, sopra il muricciolo della bottega di Vincenzo Gherardi.
Arrivato lì, gli dissi: “che fate giovanotti? Buonasera!” E pure loro mi dettero la buonasera e mi domandarono se volevo andar con loro a cantare. Io gli risposi: “andiamo!”
Vidi che, in disparte, vi erano altri due giovanotti che stavano lì ritti e non venivano. Io allora andai là e presi uno di loro per un braccio e dissi: “andiamo a cantare!”
Era un tal Carlino, che lavorava come bifolco col signor Malfatti e con l’Arioli, e lui mi rispose: “non voglio venire, coglion fottuto!”
Io, di nuovo, scherzando, gli dissi: “andiamo!”, tirandolo per il braccio.
Lui allora mise mano alla spada di cui era armato e, mentre la sfoderava, io lo presi per la camicia e lo tenni forte abbracciato, perché non mi colpisse, dato che non avevo armi di nessun tipo.
Poi, avendolo lasciato andare, lui sfoderò nuovamente la spada e veniva verso di me per colpirmi.
Io sempre cercavo di difendermi alla meglio e, quando fui sotto la loggia del signor Gualandi, mi lasciò andare un colpo, ma non mi ferì. Allora presi un sasso ma, quando glielo volli tirare, lui se n’era andato via. Questo è il disparere che io ci ebbi con lui.
Il fatto successe la suddetta sera in piazza e vi si trovarono presenti Tommaso Nannicini, Michele Franceschi e altri giovanotti che non mi ricordo.
Era una spada piuttosto corta e la guardia non posso dire come fosse fatta, perché non la vidi, ma solo la presi in mano quando mi voleva colpire. Sentii che era una spada, che aveva la guardia e il pomo che si tiene in mano e che la lama era di ferro, perché, benché fosse di notte, vidi che biancheggiava.
Sentii anche che era di ferro, come ho detto, quando la sfoderò, che al rumore si sente benissimo. Anche gli altri l’avranno vista di sicuro, perché mi erano vicinissimi, e avranno sentito quando la sfoderò.
Carlino lo riconobbi alla voce e al viso, perché eravamo a quattr’occhi io e lui, quando lo presi per il collo della camicia perché non mi colpisse. La spada, come ho detto, la sentii avendola toccata nella guardia e veduto biancheggiare la lama.
Ci si vedeva, nonostante fosse di notte, perché era una bella serata serena».

La versione di uno dei testimoni presenti, il venticinquenne Domenico Maria Baronti, bifolco del parroco, fu leggermente diversa:
«Vi erano sul muricciolo della bottega di maestro Antonio dei giovanotti che sonavano la chitarra e io ero con Carlino a sedere dall’altro muricciolo che vi è. Lo Zolli disse a Carlino: “andiamo a cantare!” e lui li rispose: “io non voglio venire!” Lui gli replicò nuovamente: “vieni, birba buggerona!”
Carlino gli rispose: “sarò come voi!” e lo Zolli allora gli saltò alla vita per colpirlo e s’abbracciarono per un pezzo, poi a Carlino gli riuscì di fuggire dalle mani dello Zolli e si tirò addietro. Mise mano alla spada di cui era armato e disse: “Zolli, fermatevi!”
Valentino allora raccolse dei sassi per difendersi e fece rinculare Carlino, con una sassata, fino alla volta del Gualandi. Poi Carlino se ne andò dal signor sergente Giannelli per raccontargli il fatto, e il Giannelli venne poi da me per sapere come stavano le cose.
Io so che Carlino aveva la spada perché gliela vidi prima che la sfoderasse, perché mi era a sedere accanto, e poi sentii quando disse allo Zolli: “altolà!” e lo Zolli replicò: “che hai la spada?!” e Carlino rispose: “sicuro che ce l’ho, e la posso portare”. Poi, dopo, il signor sergente Giannelli mi portò alla bottega di maestro Antonio e alla volta del signor Gualandi a cercare dei pezzi di fodero della spada, che lo Zolli gli aveva rotto e sbriciolato.
Si trovò dei pezzetti del fodero ma il puntale non si poté trovare. La spada sarà stata lunga un braccio e mezzo [87 cm] e aveva il manico, ma non so come fosse perché lui la teneva in mano e non lo vidi. La lama l’aveva di ferro».
Carlo Paganelli, detto “Carlino”, era originario di Pescia e abitava da circa otto anni a Campiglia. Quando fu convocato in tribunale a palazzo pretorio per chiarire come mai se ne andasse in giro con la spada, pur non essendo né un soldato né un cittadino fiorentino, l’uomo mostrò alla corte il suo regolare porto d’armi.
Non sappiamo come sia andata a finire la faccenda e a chi fu data la colpa per la rissa scoppiata fra Valentino e Carlino. L’unica certezza è che, per una tranquilla schitarrata finita male, quella notte, a Campiglia, per poco non ci scappò il morto!

Fonte della ricerca: Archivio di Stato di Livorno, Tribunale di Campiglia, filza 227, cc. 60v-63v
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Bello… Racconti antichi che fanno sognare…. Un passato che porta indietro… Ma descritto così bene che sembra una commedia…. Grazie… Ritrovare piccole briciole per arrivare a formare il passato del nostro paese
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