All’inizio del XX secolo, l’Italia era un paese in fermento. Il processo di industrializzazione avanzava finalmente spedito, soprattutto al nord.
Mentre nelle città industriali, come Piombino, le classi lavoratrici si organizzavano per rivendicare maggiori diritti, anche i contadini e i braccianti agricoli cominciavano ad alzare la testa.
Ma non ovunque però, esistevano luoghi che sembravano essere intrappolati in un passato immune a qualsiasi cambiamento. Uno di questi luoghi fuori dal tempo era il castello di Populonia.
Nel 1902, Il Martello, giornale socialista locale, denunciò non senza ironia le disuguaglianze sociali e le condizioni di vita a Populonia, definendole “medievali”, a causa del dominio “feudale” dei Desideri che continuava a opprimere i lavoratori.
Gli articoli pubblicati tra marzo e luglio descrivevano una situazione drammatica. Il giornale stigmatizzava le condizioni di vita dei lavoratori, costretti a vivere in un contesto sociale che negava loro persino i diritti fondamentali previsti dalla legge e li sottoponeva ad un vero e proprio regime di sfruttamento basato sul ricatto.
In particolare, l’analfabetismo era visto come il principale strumento di controllo: un popolo privo di istruzione era più facile da governare e sfruttare. Questa arretratezza culturale e sociale era, secondo Il Martello, il prodotto della collusione tra il conte Desideri e la classe politica dirigente, che si limitavano a imporre tasse senza offrire nulla in cambio ai cittadini, se non una vita di stenti.
Rispondendo con sarcasmo ad uno di loro – un certo Mario che su un altro periodico locale elogiava la generosità del conte – l’articolista non faceva sconti, denunciando con estrema durezza la miserabile condizione della popolazione di Populonia: “Li abbiamo visti noi i Populoniesi, spargere lagrime amare nel veder crescere i loro figli senza istruzione e educazione civili“.
Ma la scuola non era l’unico problema. Il Martello infilava tutto il dito nella piaga, denunciando le condizioni di vita dei lavoratori di Populonia, costretti a faticare dall’alba fino a notte inoltrata, senza alcun rispetto per i tempi di riposo o le stagioni e con una retribuzione irrisoria, sia d’estate che d’inverno.
La mancanza di servizi essenziali come un medico, un farmacista o una levatrice rendeva la vita ancora più precaria. L’acqua doveva essere prelevata da una sorgente distante due chilometri, mentre chi si ammalava rischiava di morire prima che il dottore potesse arrivare da Piombino, distante otto miglia.
Sorprendentemente, anche il diritto a morire cristianamente era negato. L’articolo sottolinea come, in mancanza di un sacerdote, molte persone spirassero senza aver ricevuto i conforti religiosi, in un territorio abbandonato anche dalle autorità ecclesiastiche e civili.
L’apice dell’indignazione veniva raggiunto sul giornale del 20 luglio, quando il cronista raccontava con amara ironia la nomina a cavaliere del conte Vanni Desideri. La decorazione, concessa dal Ministro della Pubblica Istruzione, era vista come uno scandalo, un’inaccettabile oscenità. Come si poteva dare un riconoscimento del genere ad un uomo che aveva fatto della negazione dell’istruzione la sua bandiera?
La vicenda di Populonia raccontata da Il Martello, per quanto possa sembrare esagerata e politicamente di parte, è indubbiamente emblematica di un’Italia rurale ancora legata a sistemi arcaici, dove la modernità avanzava a stento e le lotte per i diritti fondamentali erano lunghe e molto faticose.
Attraverso le pagine del giornale socialista, emerge una battaglia che trascende il singolo luogo e si estende a tutto il paese, richiamando l’attenzione su quelle sacche di arretratezza e ingiustizia che solo l’educazione e la consapevolezza collettiva potevano sperare di estirpare.
Populonia, con le sue vicende di sfruttamento, di mancanza di diritti e di repressione sociale, diventava così un simbolo della battaglia contro l’oppressione e in difesa della dignità umana.
(Il Martello, 9 marzo 1902)

Nei possedimenti del Conte Desideri sono tuttora in uso metodi ed abitudini del secolo passato. Per quanto quei disgraziati abbiano reclamato una scuola per i loro figli, la scuola (complice il Comune) è di là da venire.
Speravano ancora che vi fosse abolito l’obbligo di chiedere il permesso per lasciare il Castello, ma manco per sogno, anche quest’uso è rimasto.
E le scorse settimane furono licenziati due padri di famiglia colpevoli di aver lasciato il castello senza il dovuto permesso.
Uguale sorte è toccata al cocchiere perché non si rasava i baffi!
Mentre ci auguriamo che i lavoratori di Populonia vorranno imporre i loro diritti di uomini civili ed onesti, notiamo che tutti gli omenoni che vanno per la maggiore, sono i più devoti valletti di questo avanzo dei bei tempi del medio evo!
(Il Martello, 23 marzo 1902)
Il nostro articolo sui sistemi medioevali tuttora vigenti a Populonia, disgraziata frazione di questo Comune è riuscito a cavar fuori un signor Mario che in una colonna di questo Progresso (?) ci magnifica la magnanimità dei signori Castellani.
Troppa grazia!… fra tanto è proverbiale che una delle caratteristiche principali di Populonia è quella di essere analfabeti. E scusate se è poco!

Li abbiamo visti noi i Populoniesi, spargere lagrime amare nel veder crescere i loro figli senza istruzione e educazione civili.
Ma «vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole…» e cosi in barba a tutte le leggi sull’istruzione obbligatoria a Populonia si vive la vita di due secoli fa.
Evviva; evviva tutti i Mario più o meno interessati a fare da gufi sullo storico Castello.
(Il Martello, 30 marzo 1902)
Non seguiremo il foglietto locale nei suoi sistemi inutili di difesa di un sistema medioevale, né il suo Mario, non conoscendolo personalmente.
Nell’interesse dei buoni lavoratori di Populonia, desideriamo far conoscere come sono tenuti sia dal Comune sia dal Conte.
La vita monotona e faticosa del lavoratore in Populonia, non ha orario di sorta, ma il suo continuato lavoro in qualunque stagione ha principio prima del sorgere del sole e non ha fine che a notte.
La sua retribuzione è di L. 1,12 sia in estate che in inverno e la casa pagata.
L’acqua debbono a soma d’asino andare a prenderla circa 2 chilometri lontano.
In Populonia non vi è Dottore, non armadio farmaceutico, non levatrice, non maestri e neppure sacerdoti, sicché uno può benissimo morire prima che da Piombino il Medico abbia percorso ben 8 miglia per giungere a Populonia e viceversa per mandare poi i medicamenti del caso; una donna può sorpresa dai dolori del parto aspettare inutilmente la levatrice fino a che una comare qualunque ne faccia le veci con quanti riguardi (per la madre e la neonata) igienici è facile comprendere.
E quando poi per una od un’altra ragione un povero essere giunge a morte non sempre prevista, religiosi come sono, debbono le più volte morire senza prima avere ricevuto i conforti religiosi.
Come se ciò non bastasse i figli di tanti buoni e pazienti lavoratori sono costretti a rimanere ignoranti, essendo concesso a loro dal Comune pagare le tasse ma non altro che tasse e la legge sull’istruzione obbligatoria resta lettera morta tornando comodo a questi signori l’analfabetismo per tutti i suoi inconfessabili scopi.

Del bastone poi ragioneremo un’altra volta piaccia o non piaccia al Mario del foglio locale.
(Il Martello, 20 luglio 1902)
L’hanno fatto cavaliere; e la notizia oscilla sbalorditoia dal castello di Populonia ai fumaioli della industre Piombino! Il conte (?) Vanni-Desideri é stato crocifisso si crede dal Ministro della istruzione pubblica uomo quello che ha così bene conservato il precetto del suo testatore, urlante al mondo e financo alle selve il grido che fu già del nostro Comune, di Abbasso l’istruzione, che ammalizzisce i contadini.
Si domandava per Populonia una scuola ed invece c’è fiorita una croce.
Pierino e Vittorino soltanto conoscono il perché e l’artefice di questa opera davvero a tutti misteriosa!
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I miei nonni abitavo a quei tempi a Populonia.e alcuni li sono sepolti..mai hanno raccontato di questo disagio..anzi venivano a lavorare a Piombino in Magona e non mi hanno mai parlato di un permesso per uscire anzi…mia nonna frequentava la scuola dal prete e sapeva scrivere e leggere..raccontava di essere stata invitata dai conti durante una visita della regina..sono poi venuti a Piombino a malincuore perché mio nonno lavorando 14/15 non poteva fare due volte a piedi tra il bosco Populonia Piombino..ma tornava sempre sul colle e ne era felice inoltre il nonno aveva otto fratelli e mia nonna idem.lavoravano duro ma come quasi tutti di quel periodo in campagna.e come loro moltissimi dei loro parenti dai cognomi che si ripetono spesso in quel borgo di fattori,boscaioli carbonari.bestiai e pescatori…La microstoria e’ mia opinione,non e’ mai da una parte sola….