Correvano gli anni ruggenti ma a San Vincenzo le passioni politiche, le componenti fasciste, autarchiche, nazionaliste, arrivavano di rimbalzo per movimentare un poco gli abulici pomeriggi invernali; d’estate invece c’era più movimento anche perché l’allora piccolo centro di pescatori assaporava i primi benefici della nascente industria turistica.
Venivano a San Vincenzo diversi villeggianti e fra questi, per tre anni consecutivi, ce ne fu uno che i sanvincenzini purosangue ricordano con particolare affetto: Luigi Pirandello, il grande drammaturgo siciliano, premio Nobel, il quale con tutta la famiglia si ritemprava nella quiete della provincia livornese dopo le fatiche della vita di città così intensamente vissuta.
Prendeva in affitto il piano superiore – quello con la veranda sul mare – della villa Mancianti, in piazza della Vittoria. Anche le finestre davano sul mare.
Il molo allora non c’era e il posto era chiamato familiarmente “Alle barche”.
Il “professore” – così lo chiamavano i sanvincenzini – aveva fatto ben presto conoscenza con i pescatori, ma non aveva molta dimestichezza con il mare e si dilettava a seguirli a terra, scambiando quattro chiacchiere sulla bontà o meno del tempo e sui risultati della pesca.
Non così erano i figli Stefano e Fausto, i quali amavano scorrazzare sul mare in lungo e in largo; quanto al “professore”, li aspettava sulla spiaggia o, più spesso, sulla terrazza della villa, di solito scrivendo a macchina.
«Scriveva sempre» dice Alberto Mancianti che allora era una ragazzino, «e riceveva un sacco di posta».
Forse stava scrivendo le commedia «Come tu mi vuoi», uno dei suoi capolavori, uscita nel 1930, poco tempo dopo l’ultima vacanza sanvincenzina. Una volta disse al figlio: «L’aria di San Vincenzo mi fa bene, l’ho quasi finita», mentre stringeva nelle mani un fascio di cartelle dattiloscritte.

Luigi Pirandello si diceva sempre entusiasta di San Vincenzo, un paesino «calmo e gentile dove è facile rinvigorire il fisico e nobilitare l’anima a contatto con tanta gente semplice e buona»: così scriveva una volta al Mancianti per fissare la casa per la villeggiatura, aggiungendo la caparra.
I Mancianti conservano la lettera, come una preziosa reliquia. E di lui i sanvincenzini hanno serbato sempre il più caro dei ricordi per la gentilezza e la bontà che emanava pur non potendo certo afferrare la dimensione mondiale dell’artista, destinato ad essere immortalato nella storia del teatro.
Quando con la famiglia al completo, compresa la simpatica e burbera domestica Carmela, si concedeva qualche uscita serale era un po’ un avvenimento che mobilitava tutta la San Vincenzo “bene” onorata di ricevere l’ospite, mentre i “semplici”, che poi erano i suoi prediletti, se la cavavano con qualche levata di cappello e un «Sor Luigi…!» che significava tutto: affetto, augurio, stima, reverenza, amicizia.
Il figlio Fausto, oltre che per la pittura, alla quale dedicava interi pomeriggi, frequentando i pescatori, si era buscata una gran passione per la pesca con i tramagli.
«Non sapeva pescare il signorino» – ricorda qualcuno – «però era simpatico e tutti facevano a gara per portarselo dietro».
Era a lui che domandavano notizie del “professore” con l’aggiunta, talvolta di qualche ottimo pesce fresco da affidare alle mani esperte di donna Carmela che tutte le volte borbottava per la inutile e improduttiva passione marinara del “signorino” mettendone in grave dubbio le capacità pescatorie.
Una volta il figlio Fausto si alzò alle quattro del mattino; il defunto Lorenzo Federici, detto “Mattarana” lo aveva convinto ad andare alla Fossa del Terminone dove il giorno avanti erano stati pescati paraghi e ombrine in gran quantità.
Al “professore” piacevano tanto! «Carmela – disse il signorino, tutto bardato – oggi il companatico lo porterò io, non comprare nulla!». Così partì a bordo del Sant’Agostino, da alcuni anni andato in pensione, e scomparve nel buio insieme a Mattarana.

Fece presto giorno e le ore passarono; già il sole picchiava sulle case e sulla spiaggia come un forsennato, ma Mattarana e il signorino non si vedevano.
In casa Pirandello, la domestica andava avanti e indietro, sempre più impaziente e più preoccupata dal timore che chiudessero i negozi. C’era il rischio di rimanere senza nulla…! D’altra parte, fare diversamente poteva sembrare un grave atto di scortesia nei confronti del pescatore della famiglia, che da diverse ore lavorava di remi e di rete.
Quanto a Luigi Pirandello, dalla terrazza, osservava il mare e pensava certamente al pesce fresco e prelibato che da tempo il figlio gli andava promettendo.
Arrivò ben presto l’ora della tavola e donna Carmela sbuffava come una vaporiera; continuando ad aspettare, avrebbe fatto saltare il pasto al suo illustre padrone.

Fu così che, di soppiatto sgusciò fuori di casa e corse da Turiddo per farsi tagliare le solite bistecche – per il “professore” c’erano sempre le migliori – e preparò in fretta e furia un menù molto diverso da quello programmato.
E fece bene perché il “signorino” rientrò a mani vuote e così tardi che la famiglia Pirandello aveva già digerito.
Era accaduto che Mattarana aveva sbagliato posto, non si sa bene perché; già la colpa era sempre degli altri o della iella! Della pesca del figlio e soprattutto delle ottime bistecche di Turiddo se ne parlò per un pezzo, e non solo in casa Pirandello!

Fonte: testo tratto da un articolo di Giovanni Galgani pubblicato sul quotidiano La Nazione (1968)
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