Gli atti di un processo contro gli autori di una violenza ai danni di una ragazza originaria di Pescia, mostrano uno spaccato straordinario della vita quotidiana nella Campiglia di fine Settecento, con una carrellata di personaggi veri, autentici, che ci rivelano la loro mentalità, le loro poche virtù e i tanti, umanissimi, difetti.
Maria Domenica — che i Campigliesi chiamano Arlecchina, essendo la moglie di un calzolaio lucchese soprannominato Arlecchino — è considerata da molti una poco di buono a causa di un episodio scandaloso, accadutole qualche tempo prima, che ha macchiato indelebilmente la sua reputazione.
La realtà dei fatti però non è chiara: non si capisce infatti se la donna sia realmente colpevole del reato di cui viene accusata o se invece, più probabilmente, sia vittima di un marito il cui comportamento appare molto poco trasparente. In ogni caso, la brutalità di ciò che le accade nella notte tra il 6 e il 7 giugno 1789 è evidente e nessuno può negarla.
Dalle deposizioni dei testimoni, man mano che il processo va avanti, emerge un quadro sempre più inquietante.
Quando, al termine del dibattimento, la verità viene a galla, Arlecchina si rende protagonista di un colpo di scena che regala a questa storia vera un finale che sembra partorito dalla fantasia di un romanziere, e invece è tutto vero.
Arlecchina e il Guardia sotto al letto è il primo titolo della nuova collana “Toscana Criminale”, curata da Gianluca Camerini.
In questa collana sono pubblicati i verbali di una serie di processi criminali celebrati nei tribunali del Granducato di Toscana e, prima di tutto, in quello campigliese che, per secoli, ebbe la propria sede nel Palazzo Pretorio, dove si trovavano anche le carceri pubbliche.
Campiglia fu dapprima Capitanato di Giustizia (1406-1772) e successivamente Vicariato Regio (1772-1808), con giurisdizione criminale e civile su un vasto territorio che si estendeva da Cecina fino ai confini con il Principato di Piombino.
Durante il periodo francese (1808-1814) divenne Giudicatura di Pace, per poi ritornare Vicariato dopo la Restaurazione (1814-1848) e, infine, trasformarsi in Pretura (1849-1865) durante gli ultimi anni di vita del Granducato.
Abbiamo intervistato Gianluca Camerini per saperne di più.
Come è nata l’idea di questa serie di pubblicazioni?
«Da molto tempo desideravo avere la possibilità di studiare i verbali degli antichi processi di Campiglia. Questa documentazione − che in origine si trovava conservata nell’archivio di Stato di Livorno − fu spostata, anni fa, in un deposito fuori regione, per mancanza di spazio.
Da pochissimo è finalmente rientrata a Livorno ed è nuovamente consultabile.
Sapevo che si trattava di una fonte preziosissima per lo studio della vita sociale dell’età moderna ma, andando avanti con la ricerca, mi sono reso conto che la realtà superava addirittura le aspettative iniziali.
Ho deciso quindi di raccogliere queste storie in un’apposita collana rivolta ad un pubblico di appassionati di storia toscana, ma anche di crimine».
Che tipo di storie raccontano questi documenti?
«Si tratta spesso di vicende violente: risse, minacce, stupri, omicidi e altri crimini. Pur nella loro crudezza e brutalità, o forse proprio per questo, le storie raccontate dalle carte processuali dell’epoca granducale ci pongono faccia a faccia con una realtà apparentemente molto diversa
dalla nostra che però, a ben guardare, è molto più attuale di quanto si possa immaginare».
Le vicende pubblicate sono del tutto autentiche o sono in parte romanzate?
«Sono assolutamente e completamente autentiche. Le uniche modifiche apportate rispetto ai documenti d’archivio riguardano il linguaggio originale che, per l’arcaicità dei termini utilizzati e soprattutto per la complessità della sintassi, sarebbe risultato in gran parte incomprensibile e stancante per il lettore moderno.
Ho deciso quindi, seppur a malincuore, di modificare quando necessario il testo dei verbali processuali, sostituendo alcune parole, eliminando le ripetizioni e semplificando la struttura delle frasi, mantenendo però sempre inalterato il senso.
È stata una scelta difficile, ma sono certo che questo piccolo sacrificio darà i suoi frutti, contribuendo a rendere fruibile e godibile da un pubblico ancora più ampio il grande patrimonio storico, culturale e di umanità che si cela nelle antiche carte lasciateci in eredità dai tribunali del Granducato di Toscana».
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Davvero interessante. Grazie.