Il 20 giugno 1785 si presentò spontaneamente in tribunale, a Palazzo Pretorio, un giovane «di giusta statura, vestito all’uso di campagna», il quale dichiarò: «io sono e mi chiamo Alessandro del fu Giuseppe Bartolommei, sono di questa terra di Campiglia, sono un giovane libero, di età circa 22 anni, son soldato descritto e faccio il bracciante.
Mezz’ora fa, essendo io sortito di casa di Francesco Landi, qui in Campiglia, per andarmene verso Poggiame, nel passare che io ho fatto dalla casa del fu signor Enrigo Lazzerini, ho veduto alla finestra di quella casa l’abbate Ubaldo, figlio del signor Enrigo Lazzerini che, in compagnia di Piero, figlio del signor Tommaso Nannicini, stavano tirando ai rondoni, per quanto credo, giacché il signor Ubaldo era armato di schioppo [fucile].
Mentre io passavo, uno di loro, non so chi, mi ha tirato un sassolino. Io ho raccolto di terra un altro sasso e gliel’ho tirato, ma non ho colto nessuno dei due. Allora il signor Ubaldo, avendo imbracciato lo stioppo ed impostatosi [puntando il fucile] contro di me, mi ha detto: “ti tiro!”
Io gli ho detto: “sì, tiri, tiri!” supponendo per altro che non volesse fare la stivaleria [sciocchezza] di tirarmi. Ma ho sbagliato, poiché mi ha sparato un’archibugiata contro, carica a pallini, come vostra signoria potrà vedere.

Quando il signor Ubaldo mi ha sparato, era presente Pietro Musi, che era in mia compagnia allorquando sono passato di sotto la casa del signor Lazzerini e ci si è trovato presente anche il ragazzo Piero Nannicini, come le ho detto, e nelle vicinanze c’era Rosa Barsotti, la moglie di Piero Busatti.
Io non avevo mai avuto che dire con il signor Ubaldo Lazzerini e non so la ragione per la quale mi abbia tirato l’archibugiata, se lo abbia fatto a caso oppure perché io gli avevo tirato il sasso in risposta al sasso che mi avevano tirato lui o il suo compagno.
Per quanto io abbia potuto distinguere dalla strada, mi pare che lo schioppo del quale era armato Ubaldo Lazzerini fosse uno schizzettone [arma da fuoco di grandi dimensioni ma di scarsa efficacia]. Non saprei per altro indicarle la qualità del cane e dei finimenti, giacché ero a una tale distanza da non poterlo osservare bene. Vi saranno settanta o ottanta braccia circa dalla finestra da dove il Lazzerini mi ha tirato l’archibugiata alla strada da dove io passavo.
Ubaldo Lazzerini è giovine libero, di età circa 18 anni, ha vivente la madre ma non il padre, ha un fratello e tre sorelle più piccole assai di lui, abita in Campiglia ed è chierico della chiesa di questa terra».

Il Bartolommei consegnò alla corte il referto del cerusico nel quale erano descritti i danni causati dalla fucilata: «undici piccole ferite di forma rotonda causate da pallini di piombo del numero 2». L’uomo specificò che le sue condizioni non erano gravi e che poteva benissimo lavorare ma che era ricorso al tribunale, senza pretendere che gli fosse pagata la giornata o altro, perché quello era un delitto troppo grave che non doveva passare in silenzio.
Il diciannovenne amico del Bartolommei, Pietro Musi, testimone del fatto, disse: «essendo io sortito di casa di Francesco Landi, ieri il giorno, circa alle ore 4 alla francese, in compagnia di Alessandro Bartolommei, e andandocene noi verso Poggiame, quando fummo dirimpetto alla casa della vedova Lazzerini si vide il signor Ubaldo, suo figlio, che stava alla finestra in compagnia di Piero Nannicini con lo schioppo, in atto di tirare ad un uccello.
Quando ci ebbe scorti, il signor Ubaldo chiamò me dicendomi: “guarda oh, Musi” e in quell’atto spianò l’archibugio. Alessandro Bartolommei raccattò di terra un sasso e glielo tirò, dicendogli: “oh monello, tirate dentro codesto schioppo e levatevi di costì”. Allora il signor Ubaldo tirò un altro sasso a lui, senza per altro coglierlo.
Non avendo più sassi, Ubaldo Lazzerini spianò l’archibugio verso il Bartolommei, dicendogli: “ti tiro!” e il Bartolommei gli rispose: “tiri, tiri!” Io mi tirai dietro una cantonata e, nello stesso tempo, sentii la botta che andò a cadere addosso ad Alessandro Bartolommei, il quale disse: “o birba! O non mi ha tirato?!” Io allora corsi là e vidi che il Bartolommei faceva sangue dal collo e dal petto e che si levava i pallini che gli erano restati in pelle.
Allora si andò tutti e due di concerto in casa Lazzerini, dalla madre di Ubaldo, alla quale il Bartolommei disse: “veda un poco quel che ha fatto il suo figliolo Ubaldo”. In quel tempo, sortì dalla camera di dove aveva tirato l’archibugiata il signor Ubaldo e, rimproverandolo il Bartolommei dell’archibugiata che gli aveva tirata, il signor Ubaldo rispose: “se voi non mi avevi a tirar le sassate…” e in quel tempo se ne andò fuori di casa, e sua madre lo minacciò dicendogli: “stasera ti chiapperò!”
Noi si sortì di casa ed il Bartolommei so che venne al tribunale a ricorrere ed io me ne andai per i fatti miei».
Rosa Barsotti, altra testimone sentita dal giudice campigliese, dichiarò: «essendo in casa a cullare la mia bambina, sentii il colpo di un’archibugiata, mi affacciai alla finestra e vidi Pietro Musi in compagnia di un altro, che non so chi sia, che stava osservando dei pallini che aveva sotto la gola questo suo compagno che aveva ricevuto l’archibugiata della quale avevo sentito il colpo.
Non so, né ho sentito dire, chi abbia sparato l’archibugiata. Non conosco Ubaldo Lazzerini, abitando in molta lontananza dalla casa della vedova Lazzerini che, suppongo, sia madre di questo signor abate.
Non è vero, come dice Pietro Musi, che io fossi per la strada a pigliare il fresco e che abbia visto chi sparò l’archibugiata. Sentii solo il colpo, come le ho detto, e mi affacciai alla finestra.
La mia casa sarà distante da quella dove abita la vedova Lazzerini circa 30 passi, ma dalla mia non posso vedere la sua casa, restandovi di mezzo altre fabbriche».
Un’altra donna che si era ritrovata presente ai fatti, Benedetta Busatti, testimoniò con le seguenti parole: «io non posso dire altro che ieri, alle ore 4 circa, ritrovandomi in casa, sentii un tiro di archibugio e, siccome giù nella strada avevo i miei pulcini, temei che me li avessero scombuiati [scompigliati, spaventati], onde mi affacciai alla finestra domandando che cosa era stato e vidi Alessandro Bartolommei con Pietro Musi, il quale mi disse che Ubaldo Lazzerini aveva tirato una schioppettata al Bartolommei.
Scesi la scala, sortii di casa e lo vidi che si levava i pallini dalla mano e di sotto il collo e che scianguinava. Io altro non vidi perché la mia casa, nonostante che sia vicina a quella ove abita Ubaldo Lazzerini, resta in una situazione tale che non si può vedere.
Intanto, il Lazzerini era fuggito “all’estero”, rifugiandosi a Suvereto, che all’epoca faceva parte di un altro stato, il Principato di Piombino. Il medico condotto di Suvereto, il dottor Giuseppe Papi, il 7 agosto 1785, scrisse un certificato nel quale dichiarava che, fin dai primi di luglio, il signor abate Ubaldo aveva sofferto di una «gagliarda malattia» della quale il religioso non si era ancora liberato, essendo convalescente.
Il 24 gennaio 1786, tuttavia il ragazzo, che viene descritto come un giovane «molto adusto e macilente in viso [emaciato]», si presentò in tribunale a Campiglia per dare la sua versione dei fatti: «io sono e mi chiamo Ubaldo del fu Errigo Lazzerini, sono in età come gl’ho detto d’anni 16 o 17, sono di Campiglia e mi tiro avanti ad ecclesiastico, ma presentemente non sono iniziato a nessun ordine, non avendo ancora preso nemmeno la semplice tonsura.
Sono venuto in questo tribunale a motivo di quella stioppettata che ebbe Alessandro Bartolommei, essendomi a tale effetto stato accordato il salvo condotto in seguito d’una supplica che feci al signor presidente del Buon Governo di Firenze e a quest’ora volevo essermi costituito, ma siccome il signor notaio aveva male, così non potei costituirmi e mi sono presentato adesso per essere esaminato.
Un giorno del mese di giugno 1785, nell’essere io in casa mia, mi venne preso da un armadio di camera uno stioppo che credo fosse del mio zio e, vedendo che era mezzo rugginoso, siccome sono stato sempre vago [amante] della caccia, andai con questo stioppo in mano alla finestra di cucina che guarda la strada che si va in Poggiame e, verso Sant’Agostino.
Perché mia madre, che con un’altra donna era a lavorare in sala, non mi vedesse con l’archibuso in mano, passai da una camera e andai in cucina. Come ho detto, lo schioppo era tanto tempo che era dentro in quell’armadio e così non pensavo che fosse carico. Mi messi [misi] alla finestra di cucina per ripulirlo nella canna e nel cane, avendo a tale effetto appoggiato l’archibugio sulla soglia della finestra con la bocca della canna voltata verso la strada, fuori della finestra, ed avendo tirato su il cane.
In questo tempo, sentii che nella strada vi era gente che trattava male e sparlava dicendo: “birbone” e altro. Onde io, che non sapevo chi erano, né a chi dicessero, né con chi l’avessero, misi il capo fuori della finestra, perché sentii tirare una sassata verso la finestra.
Affacciatomi per vedere chi aveva tirato, vidi nella strada Alessandro Bartolommei che, mentre ero affacciato, mi tirò una sassata colla quale colpì sopra la finestra. Nel tirarmi in dentro, per timore che mi colpisse, mi venne dato una scossa all’archibugio che tenevo con la mano mancina e, siccome il fucile era fatto alla romana e facile a scattare dandoli qualche scossa, così lo stioppo si scaricò e la botta investì la persona di Sandro Bartolommei, il quale, trovandosi ferito, subito venne in casa mia a rammaricarsi con mia madre, con dirgli che non doveva farmi pigliar lo stioppo, ma lei gli rispose che non mi aveva veduto pigliarlo e, in questo mentre, andai in sala.
Vedendo il Bartolommei che era rimasto ferito dei pallini in un braccio e nel petto, subito gli chiesi scusa, dicendogli: “ma figliolo, non l’ho fatto a posta” e lui mi rispose: “l’ho veduto che non l’avete fatto a posta, ma se non sapete tenere lo stioppo in mano ve lo insegnerò io”.
In questo mentre, mia madre si rizzò per volermi picchiare ed io scappai e andai in un mio luogo, dopo di che me ne ritornai in là, ma per strada riscontrai il mio fratello Fiorenzo che mi disse di non tornare a casa perché mia madre me le voleva dare in tutte le maniere. Io allora, invece d’andare a casa, me ne andai a Suvereto da un mio zio, ove dopo pochi giorni mi ammalai di febbri putride, come lei può vedere da quest’attestato del medico che mi curò.
Stiedi [stetti] malato per del tempo e quando fui nella convalescenza me ne tornai in Campiglia a casa mia, ma non sono ancora guarito bene e, nel tempo che io ero a Suvereto, i miei di casa supplicarono il signor presidente per farmi avere un salvacondotto.
Al momento dello sparo vi era presente la Maddalena Merciai, che lavorava assieme con mia madre.
Alessandro Bartolommei tirò la sassata perché vedeva che lo stioppo con la canna era voltata verso la strada e credo anche che avesse piuttosto un poco bevuto.
Quando presi l’archibugio dall’armadio, con me non c’era nessuno. Non ricordo se con me alla finestra ci fosse qualcuno, perché è già passato del tempo.
Dopo che fu sparata la stioppettata, Piero Nannicini venne in casa mia assieme con mio fratello Fiorenzo, mentre c’era anche il Bartolommei, e mio fratello volle sapere da mia madre come erano andate le cose.
Fu il Bartolommei a tirare per primo la sassata, io raccolsi solo il sasso che era arrivato in casa e glielo ritirai.
Fu chiamato a testimoniare in aula anche il bambino che si era trovato presente al fatto: «io sono e mi chiamo Piero di Tommaso Nannicini, ho 12 o 13 anni, sono di Campiglia e faccio i servizi di casa, benché adesso sono anche un poco malato.
Ero in casa dell’abate Ubaldo Lazzerini e lui era lì alla finestra di cucina che aveva un archibugio, che non so se lo volesse scaricare o cosa volesse fare.
In questo tempo, vidi che passò il Musi. Allora lo stioppo l’avevo io e l’avevo appoggiato alla finestra. Dopo il Musi, vidi che passò Sandro della Procaccia. L’abate Lazzerini, che era ritornato alla finestra, perché innanzi era andato ad un armadio a cercare non so che cosa, vedendo Sandro, prese lo stioppo, l’imbracciò e mirò di fuori della finestra verso di lui, dicendoli per celia [per scherzo]: “ti tiro, ti tiro!” Ma allora non aveva alzato il cane né nulla.
Sandro rispose: “eh, eh!” e prese un sasso e lo tirò al Lazzerini e colpì nella finestra, ma in questo tempo, credendo che burlassero [scherzassero] fra di loro, andai a vedere da quell’altra finestra, che corrisponde verso la casa della Napola, per vedere se c’erano punte passere, perché l’abate Lazzerini gli voleva tirare, e nel tempo che io ero affacciato a quella finestra, sentii sparare l’archibugiata.
Credendomi che il Lazzerini avesse tirato a qualche passera, ritornai là da lui e il Lazzerini mi disse: “gli ho tirato, sai?!” Ed io risposi: “Oh, diavolo!” e lui replicò: “e credo d’averlo colto!” Infatti Sandro venne su in casa Lazzerini e lo disse a sua madre, dicendo che voleva venire in palazzo a ricorrere, ma la madre del Lazzerini lo pregava, dicendogli che non ci venisse. Sandro gli mostrò dove era stato ferito con i pallini, cioè nel collo e nel petto, e disse che voleva venire al palazzo e andò via.
Di lì a poco, andai via anch’io e andai dietro a Sandro e vidi che venne verso il palazzo. La mattina dopo sentii dire che l’abate Ubaldo Lazzerini era andato a Suvereto.
Io non mi ricordo di preciso quando successe questo fatto, ma è un pezzo, perché mi ricordo che eramo [eravamo] in tempo delle melucce.
Quando passò il Musi lo stioppo l’avevo io e feci finta di mirare verso di lui, ma solo per scherzo, e poi non feci altro. Non è vero che tirai un sassolino, dove erano i sassi lì?!»
L’ultima ad essere sentita fu Maddalena, moglie di Domenico Merciai, la quale dichiarò: «abito in casa del chierico Ubaldo Lazzerini, cioè nell’appartamento di sopra. Conosco anche Alessandro Bartolommei perché è campigliese. Sentii dire che Ubaldo Lazzerini l’aveva impallinato, ma non so in che modo, perché non ero presente.
Un giorno del tempo d’estate, essendo io nel mio appartamento, sentii che giù nel piano dove abita il signor Ubaldo facevano del rumore e sentivo specialmente la signora Anna, madre del signor Ubaldo, che gridava il suo figliolo.
Andai giù da lei a sentire cosa era successo e la trovai in sala con un tizio soprannominato “il Musino”, che stava insieme a Sandro Bartolommei. Sentii che il Bartolommei raccontava alla signora Anna che il suo figliolo l’aveva impallinato con una archibugiata e la signora Anna gridava il suo figliolo e lo minacciava di picchiarlo. Il signor Ubaldo, per la paura di toccarne [prenderle], uscì fuori di casa e non si fece più rivedere.
Qualche giorno più tardi, il giudice convocò nuovamente in tribunale il giovane Lazzerini, invitandolo ad essere più collaborativo e a fornire una versione dei fatti che fosse compatibile con le dichiarazioni rilasciate dai testimoni.
Il ragazzo allora aggiunse: «il sasso che il Bartolommei tirò era grosso come una mela, ma ne tirò anche altri. Presi l’archibugio perché volevo tirare alle passere, perché mi era stato supposto che dalla finestra si potesse tirare anche senza licenza. Mi si sparò accidentalmente.

Il Bartolommei tirò la sassata che buttò giù il canale [la grondaia] e siccome io avevo il calcio dello stioppo alla spalla, nel tirarmi indietro, diedi una scossa e lo stioppo si scaricò da sé.
Il Nannicini era a un’altra finestra che guarda verso il campanile e, sentendo che il Bartolommei mi tirava le sassate, mi disse: “tira in aria per fargli paura!” ed io gli risposi: “No, non voglio tirare” ma, ad un tratto, l’archibugio mi prese e allora dissi al Nannicini: “sai, credo di averlo colto”».
La situazione era ormai chiara e il giudice, nell’emanare la sentenza, non ebbe dubbi. Il 2 aprile 1786, il vicario Ridolfi condannò l’abatino Ubaldo Lazzerini a sei mesi di esilio dal vicariato di Campiglia.

Fonte della ricerca: Archivio di Stato di Livorno, Tribunale di Campiglia, filza 350, cc. 114-143
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