Il 17 settembre 1841, intorno alle sette di sera, la quattordicenne Maria Par…, con il branco di maiali che le era stato affidato, stava facendo ritorno alla locanda di San Lorenzo, nelle campagne di Suvereto.
In quella casa, abitava Michele Peccianti, proprietario degli animali insieme al suo socio Giuseppe Petricci.
Durante il tragitto però accadde un fatto imprevisto.
Ecco cosa depose la ragazza di fronte al giudice del tribunale di Campiglia:
«Stavo andando a ricoverare il bestiame nella porcara del principale socio di Giuseppe Petricci, poco lontano dalla sua abitazione, cantando dietro al branco del suo bestiame.
Mi si fece d’avanti una certa Antonia, moglie di Cammillo Pal…, anche lei abitante e possidente di San Lorenzo, dicendomi: “canti per me?”
Io risposi: “io canto da me, svolgo il mio incarico, lo faccio per mio divertimento, non offendo nessuno e credo che nessuno me lo possa vietare giacché, vi ripeto, non offendo nessuno.
Canto, così mio padre è contento perché quello è il segno che ho ancora tutto il branco, che non mi manca nessuno.

E anche gli altri soci Peccianti, quando canto, dicono sempre: alla nostra porcaina stasera non gli mancano bestie, perché canta”.
E seguitando il mio viaggio con il bestiame, arrivata alla fonte di Zingheri, Antonia mi assaltò prendendomi per un braccio.
Cominciò a percuotermi con dei pugni, più qui e più là, nella vita e poi prendendomi per i capelli e battendomi la testa sopra ad un masso.
Io mi raccomandavo dicendogli che stesse buona.
In questo frattempo mi mancarono i cerchiolini che avevo agli orecchi, che erano di valuta di circa dieci lire.
Antonia mi diceva: “ti voglio battere perché tutti voi altri Par… siete una massa di ladri”.
Poi diede una sassata ad una troia pregna che sarebbe stata capace di allevare quattro porchetti e che invece abortì».
Il 5 marzo 1842, il giudice ascoltò la deposizione di Antonia, la quale disse:
«Mi chiamo Antonia del fu Rocco Pet… e sono moglie di Cammillo Pal…, ho 35 anni e ho figli, sono nata a Suvereto, abito a San Lorenzo e faccio la pecoraia.
Conosco bene Maria Par…; tempo fa, che saranno quattro o cinque mesi, una sera, nel mandare che facevo un branco di pecore alla fonte, incontrai questa ragazza che mandava i maiali.
Erano degli anni che mi andava infamando, cantando degli stornelli nei quali nominava me, trattandomi da tr…, put… ed altri titoli.
Ed anche quella sera, cantando, mi ingiuriava.
Io mi accostai e gli dissi semplicemente cosa aveva da trattarmi male e pregiudicarmi quando io non gli davo noia, e lei mi rispose che, con la sua lingua, poteva dire cosa voleva.
Allora io gli replicai che era padrona di cantare, ma senza pregiudicarmi e trattarmi male.
Non gli dissi altro ma vidi che lei raccattò un sasso per tirarmelo e io glielo levai di mano e lo buttai via.
Allora principiò a trattarmi male con tutti i vituperi ed io, per non confondermici, la lasciai e andai via, e così fu finito tutto.
Io non offesi questa ragazza, lei può dire cosa vuole ma io non tirai sassate alla maiala, né so nulla degli orecchini».
Dopo aver ascoltato le dichiarazioni di due testimoni, il giudice condannò Antonia, ma solo per le offese e le ingiurie verbali, comminandole una multa di 10 lire e obbligandola a pagare le spese processuali.
Fonte della ricerca: Archivio di Stato di Livorno, Tribunale di Campiglia, filza 565, cc. 101-1111

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Storia che non conoscevo
Testimonianze interessanti della mentalità di un’epoca
Un’altra storia interessante per la ricostruzione della vita in val di Cornia nei secoli passati. Chissà perché Antonia fu condannata per gli insulti, quando il giudice aveva soltanto la parola dell’una contro l’altra.