LE ORIGINI
La piazza principale di Campiglia, che oggi si chiama Piazza della Repubblica, ha una storia interessante e diversa da quella che caratterizza tante piazze di altri centri medievali.
Piazza della Repubblica infatti non è antica, né rappresenta l’espressione urbana del potere politico o religioso; il Palazzo Pretorio e la chiesa parrocchiale di San Lorenzo si trovano rispettivamente più a monte e più a valle, lungo l’asse viario che unisce le due porte principali di Campiglia.
A partire dal XII secolo, il numero delle case presenti nel castello di Campiglia aumentò progressivamente. Man mano che il centro andava acquistando importanza, si cominciò a costruire anche sulla collinetta di fronte alla Rocca, chiamata “Poggiame”, fino a quando le case più antiche, poste sotto al castello, si unirono con quelle più recenti. Con il tempo, le aree disponibili si esaurirono e Campiglia assunse l’aspetto affollato che ha ancora oggi.
Nel Cinquecento, questo processo di saturazione doveva essere già a buon punto.
Agli inizi di quel secolo, Campiglia aveva due modeste piazze: quella adiacente alla chiesa di San Lorenzo (l’attuale piazza Mazzini) e quella, più piccola, davanti alla porta del Palazzo Pretorio, che era stata dotata di una cisterna nel 1503, al tempo in cui era capitano di Giustizia Alessandro da Verrazzano.
Se le autorità ecclesiastiche e quelle civili potevano contare su due seppur poco capaci spazi aperti accanto ai loro edifici simbolo, a Campiglia mancava una piazza che potesse essere vissuta più “liberamente” dal popolo.
Fu proprio per ovviare a questo stato di cose che, durante la seduta del Consiglio Comunale del 15 agosto 1560, ser Giovanni Maria Sassetti, uno dei consiglieri riuniti in assemblea, propose di «agumentare et acrescere la nostra piazza», che all’epoca doveva essere semplicemente un piccolo slargo lungo la strada principale del paese. Il Sassetti suggeriva di realizzare un intervento che sarebbe andato «a benefizio pubblico et privato».
La sua proposta prevedeva l’acquisto da parte del Comune di uno o più edifici privati, per demolirli e realizzare la tanto desiderata piazza. Al centro di essa, sarebbe stata costruita una «fonte et citerna», per migliorare l’approvigionamento idrico del paese.
Nel documento non è specificato il luogo esatto di cui si parla. La logica tuttavia ci induce a ritenere che la proposta Sassetti, approvata dal Consiglio con parere favorevole quasi unanime, abbia portato alla nascita dell’antenata dell’attuale piazza della Repubblica.
Dello stesso avviso è anche lo storico ottocentesco Isidoro Falchi, il quale, nei suoi Trattenimenti, scrive che, nel 1560: «fu fatta una piccola piazzetta demolendo una casa per la ragione che ivi la strada era tanto stretta che non vi si poteva passare. Questa piazzetta in epoca recentissima è stata ingrandita ancora, fino a costituire la sufficentemente larga piazza che tuttora esiste».
Evidentemente il Falchi aveva avuto modo di vedere lo stesso documento che abbiamo rintracciato anche noi ed era giunto alla medesima conclusione.
I primi disegni e le prime mappe della piazza di Campiglia, risalenti al Catasto Toscano del 1821, ci mostrano infatti un’area che corrisponde a quella descritta nella proposta Sassetti, ovvero uno spazio muito di cisterna, evidentemente ricavato in modo artificiale demolendo edifici preesistenti.

L’AMPLIAMENTO
Negli anni Trenta dell’Ottocento, la cinquecentesca piazza di Campiglia − sulla quale fin dall’epoca della sua costruzione erano nate le più importanti botteghe del paese − era diventata nuovamente insufficiente alle esigenze della popolazione che, nel frattempo, si era moltiplicata rispetto a tre secoli prima.
Un gruppo di cittadini presentò un’istanza per chiedere l’ampliamento della piazza e la soluzione al problema fu la stessa adottata nel 1560.
Nella seduta del 24 marzo 1836, la comunità commissionò all’ingegnere del Circondario, Ippolito Bordoni, il progetto di ingrandimento della piazza principale, che prevedeva l’acquisto di uno dei palazzi posti lungo il perimentro della piazza e la sua demolizione.
Nella relazione scritta dall’ingegner Bordoni si leggono i motivi che avevano portato all’ampliamento: «La terra di Campiglia, componendosi di molti fabbricati senza verun ordine disposti, non ha nel suo interno che poche strade rotabili e manca di una piazza proporzionata alla popolazione ed al concorso della gente avventizia che, nei giorni festivi, massime in inverno, vi si raduna. La via del Pozzolungo ed il corso di S. Lorenzo sono tra le vie rotabili le più importanti, come quelle che direttamente mettano in comunicazione le due porte principali del paese, quella cioè del Pozzolungo con l’altra denominata Porta di sotto o della Chiesa. Si riuniscono queste in un luogo ristrettissimo che, per essere il punto più centrale, si chiama Piazza, ma che in sostanza non è che una breve ed angusta strada, la quale s’innesta alle suddescritte, mediante due tronche ed acutissime voltate.
Quanto una di queste voltate sia pericolosa e malagevole a praticarsi colle ruote, ben si sa da chi conosce Campiglia, ma non è facile a descriversi. La qui unita pianta potrà darne un’idea a chi non conosca la località, sol che si dica che i legni, venendo dalla Porta del Pozzolungo, debbono necessariamente incontrare, sotto il cavalcavia… detto l’arco del Poli, un tratto di strada in ripida salita, non più larga di braccia 4 ½; quivi piegare ad angolo retto per introdursi in Piazza… ed al termine di questo ripiegare di nuovo… per proseguire lungo la strada… che conduce all’altra porta del paese denominata Porta di sotto o della Chiesa. Perciò, colla veduta di togliere quest’inconveniente e di dare nel tempo stesso al paese una piazza un poco più estesa dell’attuale, le Signorie Loro Illustrissime, nella seduta del dì 24 marzo ultimo detto, volendo render paghi i voti del pubblico, deliberarono d’ingrandire la menzionata piazza, progettando la demolizione delle case che nell’unita pianta sono colorite di giallo».
Il progetto Bordoni fu approvato il 28 gennaio 1837, per essere poi sottoposto al Governo.
Il 13 settembre dello stesso anno, furono convocati i proprietari delle case da demolire.
I lavori erano già in ritardo rispetto al previsto ed urgeva trovare un accordo.

Il 29 dicembre fu nominato il perito per la stima del fabbricato da demolire.
Il 24 Luglio 1838, l’ing. Rinaldo Fossi, che nel frattempo aveva sostituito il Bordoni nella carica di ingegnere del Circondario, firmò un secondo progetto per l’ingrandimento della piazza. Il progetto si articolava in tre tavole. Il Fossi documentava la demolizione della casa Boldrini e l’integrazione della facciata della casa Mari, unita in un tratto a quella Boldrini; proponeva il risanamento dell’arco Poli «attualmente lurido e indecente».
Nel 1839, anche l’ing. Fossi fu sostituito nel suo incarico, da Ferdinando Sanminiatelli, al quale il Consiglio Comunale sottopose il progetto precedente.
Il nuovo ingegnere decise di modificarlo nella parte riguardante il muretto sulla via principale, che il Fossi aveva progettato con una scala centrale.
Il 28 dicembre 1839, l’ing. Sanminiatelli presentò il progetto con le modifiche apportate.
Finalmente i lavori ebbero inizio e la piazza fu realizzata come da disegno, ad eccezione della parte superiore della cisterna che rimase sulla carta, e forse non a torto, vista l’eccessiva grandiosità dell’opera.
L’idea di una fontana in forma di obelisco in marmo scolpito al centro delle facciate fu considerata troppo monumentale e, di conseguenza, troppo costosa; così come anche il parapetto progettato dal Fossi, che era stato la causa della revisione del progetto.
LE BOTTEGHE
Prima del suo rifacimento ottocentesco, la piazza di Campiglia misurava all’incirca 250 mq.

Vi si poteva accedere da tre diversi ingressi: da sopra, scendendo da Palazzo Pretorio, passando attraverso tre pilastrini che impedivano l’accesso ai carri; da sotto, salendo le scale che portavano all’ingresso della farmacia Mussio; oppure percorrendo tutta “via del Palio”, la lunga strada che scendeva giù dal Poggiame. Oltre che dai tre pilastrini, la piazza era delimitata, lungo la via del corso principale, da un muretto. Al centro, un po’ spostato verso il muretto, c’era il cinquecentesco pozzo-cisterna.
Tutto intorno alla piazza, proprio come oggi, si potevano trovare alcune delle più frequentate botteghe del paese.
La farmacia che, come abbiamo detto, aveva l’ingresso proprio alla fine delle scale di ingresso alla piazza, era gestita da Luigi Mussio (1796-1880).
Nei fondi dell’edificio situato di fronte alla farmacia, a partire da sinistra, c’era la bottega di Michele Stiavi (1788-1858), forse una polleria, dato che nel censimento del 1841 lo Stiavi risultava “negoziante di polli”. Accanto, c’era l’ingresso lato piazza del Caffè Castrucci, gestito da Giovanni Castrucci (1795-1839), locale tenuto in affitto da Carlo Boldrini (a 105 lire all’anno), con un altro accesso anche sul lato opposto dell’edificio. Poi, si trovava la bottega di commestibili gestita da Giuseppe Salvadori (1798-1856), insieme alla moglie Lucia Angiolini (1799-1850), che pagava 175 lire all’anno di affitto ai fratelli Mari. Nell’angolo, il Caffè di Giuseppe Paponi (1808-1864), situato nelle due stanze prese in affitto dai fratelli Mari, ai quali pagava 245 lire all’anno. Anche questo locale aveva due ingressi, uno sulla piazza e l’altro sul corso principale. Nell’altro angolo dell’edificio c’era la norcineria di Tommaso Massi (1794-1865), originario di Norcia, anche lui in affitto dai fratelli Mari a 126 lire all’anno. Accanto al Massi, sulla via che oggi non esiste più, si trovava l’ingresso della bottega da ramaio di Antonio Ramazzotti (1789-1839), trasferitosi a Campiglia da Treppio, che pagava di affitto 100 lire all’anno ai fratelli Mari. Poi, il magazzino che il procaccia Pietro Donatucci (1775-1842) teneva in affitto da Carlo Boldrini al costo di 112 lire all’anno. Accanto al Donatucci, l’altro ingresso del Caffè Castrucci.

I LAVORI
La gara per l’appalto dei lavori fu vinta dal campigliese Vincenzo Mari (1800-1880). Non si trattava certo di un nome qualunque, dato che l’uomo era fratello di Luigi Mari (1788-1867), principale proprietario dell’immobile da demolirsi, nonché gonfaloniere (cioè sindaco) di Campiglia.
Il contratto di appalto per la costruzione della piazza prevedeva i lavori di «demolizione di fabbriche, costruzione di muri, selciati, ornamenti». Il Mari avrebbe ricevuto in cambio un compenso pari a 4.782 lire, da pagarsi in tre rate annue, a cominciare dal 1839. Una bella cifra per le povere casse del Comune, che andava ad aggiungersi ai non pochi soldi spesi per l’acquisto dell’edificio da abbattere e i relativi indennizzi ai proprietari.
La relazione del perito dei fratelli Mari, Francesco Spagnoli, redatta il 3 marzo 1838, dimostra che al Comune non furono fatti sconti di alcun tipo: «La camera e salotto da stimarsi servono di propria abitazione a Luigi Mari e sua famiglia, non possono considerarsi con la regola delle pigioni, ma con prezzo possibilmente eguale alle scomodo che si apporta a chi da gran tempo servono ad uso proprio, osservando ancora che la buona situazione di detti locali a mezzo giorno, non può ottenersi in alcun punto del casamento… Demolito il salotto e la camera, rimangono due camere non libere, con il passo dalla cucina e del tutto guastato l’appartamento. Perciò devesi aggiungere la indennità dovuta del giusto deprezzamento… Lo incomodo… da risentirsi nel disfacimento e ricostruzione del nuovo muro dalli abitanti della casa Mari, sono pure circostanze da prendersi in considerazione».
Stesso discorso per i fondi occupati dalle attività commerciali, dei quali nella relazione si sottolinea il valore: «e per convincersi che le pigioni situate sulla Piazza sono in progressivo aumento, basta fare attenzione alle tre nuove botteghe aperte dal sig.r Alliata, tutte allogate a prezzi vantaggiosi…»
Il perito Spagnoli fa capire senza ombra di dubbio che i suoi clienti non sono disposti a “regalare” niente al Comune, inserendo nella trattativa richieste talmente improbabili da apparire quasi surreali: «Nel non impossibile caso, che nell’atto della demolizione accadesse di trovare qualche deposito nascosto o murato di denaro e di qualunque altro oggetto prezioso, i fratelli Mari non intendono col prezzo di stima di farvi alcuna renunzia, ma anzi si riservano in ciò da aversi e considerarsi come cosa loro propria e da parteciparne con tutti quei legali diritti che se li possono competere».
Gli altri proprietari della palazzina in questione erano il facoltosissimo Carlo Boldrini (1781-1852) e l’anziano sacerdote don Onorato Gestri (1765-1841) che vi possedeva solo un piccolo appartamento.
Quando a Carlo Boldrini fu comunicato che uno dei suoi fabbricati più pregiati, per la centralità della posizione, sarebbe stato espropriato dal Comune e demolito per ingrandire la piazza, non la prese per niente bene. Anche se le 500 lire scarse d’affitto che percepiva annualmente dai fondi (il magazzino Donatucci e il Caffè Castrucci) e dai due appartamenti (uno affittato allo stesso Castrucci e l’altro a Michele Stiavi) rappresentavano per lui solo una delle tante rendite sulle quali poter contare, il Boldrini si impuntò e cercò di opporsi in ogni modo all’alienazione forzata del fabbricato, arrivando addirittura ad inoltrare una supplica al Granduca, nella quale chiedeva che la porzione superstite di fabbricato fosse assegnata a lui anziché venduta al Mari. Questo suo ostinato e, almeno apparentemente, immotivato ostruzionismo non fu visto di buon occhio dagli altri maggiorenti campigliesi, molti dei quali facevano parte dell’amministrazione comunale. L’allora gonfaloniere Francesco Dini (1775-1847) ed il priore Giuseppe Poli (1798-1855) manifestarono tutto il loro biasimo al Boldrini che, alla fine, fu costretto a tornare sui suoi passi, ufficialmente per evitare che i lavori di ingrandimento della piazza ritardassero ulteriormente ma, in realtà, per evitare di farsi ancora più nemici di quanti già non ne avesse.
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