Le nuove norme introdotte in molti ambiti della vita economica e sociale dal governo dell’impero francese, creato da Napoleone Bonaparte, provocarono forme di resistenza passiva anche tra la popolazione della Val di Cornia.
In questo scenario di tensioni sociali si svolge la tragica vicenda di “Guerrino”, il “bandito della Venturina”, braccato e, alla fine, ucciso dagli scagnozzi dell’intransigente giudice di pace campigliese Fabrini, il quale tentò con ogni mezzo di far scagionare le sue guardie dall’accusa di omicidio.
Nei pressi della casetta della Venturina (quella che oggi si trova in via Dante Alighieri al numero 24/26), esisteva un bosco talmente fitto e impenetrabile che l’unico modo per muoversi al suo interno era procedere carponi e dove era «sì facile smarrire il vero sentiero» che «per riconoscerlo» era necessario porre «dei frequenti segnali».
Il giudice, convinto che quella folta macchia andasse assolutamente abbattuta perché non servisse da rifugio ai malviventi, descriveva così la situazione: «la casa annessa all’aia detta della Venturina, ove avvenne la morte del noto Guerrino, non è realmente abitata da alcuno.

In Maremma, la popolazione è tutta ristretta nei luoghi murati, situati ordinariamente sull’eminenze, e la campagna, a motivo dell’insalubrità del clima, non presenta alcuna abitazione.
Le poche casette che sono sparse nella pianura servono unicamente alla custodia e al deposito degl’arnesi rusticali e dei bestiami da lavoro; né gli uomini vi dimorano, se non che nei tempi delle raccolte e dei lavori campestri».
Ma veniamo ai fatti.
All’inizio dell’estate del 1809, il trentanovenne Francesco Zarri, detto “Guerrino”, è ricercato dalle forze dell’ordine.

La mattina del 31 luglio, il latitante viene ucciso nei pressi della casetta della Venturina, in circostanze oscure, durante un inseguimento.
Il giudice di pace si affretta a scrivere al procuratore imperiale per informarlo dell’accaduto, senza però scendere subito troppo nei dettagli.
All’operazione hanno preso parte il guardia campestre della Comune di Campiglia, Francesco Caraffa, due ausiliari della brigata di polizia e, inspiegabilmente, anche i due uscieri del tribunale, i quali, sollecitati più volte dal giudice, «senza curare né fatiche né pericoli», si sono stranamente buttati nella mischia.
Fabrini organizza in fretta e furia l’autopsia e poi comunica al suo superiore che sta «prendendo tutti i convenienti riscontri per verificare le circostanze di un tal accidente».
Nonostante l’incertezza del momento, Fabrini si sbilancia, affermando che «dalle notizie finora raccolte» gli sembra dimostrato «fino alla evidenza» che si sia trattato di un incidente.
Una settimana dopo, il giudice trasmette al procuratore l’esito delle sue indagini.
Arrampicandosi sugli specchi, fornisce una prima versione dei fatti che fa acqua da tutte le parti.
Nessuno dei coinvolti saprebbe niente.
Il Caraffa, durante l’inseguimento, nel saltare una siepe, sarebbe inciampato, cadendo a terra e facendo partire inavvertitamente un colpo dal suo fucile.
Il Fabrini cerca di convincere in tutti i modi il procuratore che l’operazione non era stata condotta per motivi personali contro lo Zarri ma solo per cercare di assicurare alla giustizia «un sì pernicioso soggetto».
Poi si raccomanda vivamente di non punire i “suoi” uomini, per non produrre un «notabile iscoraggiamento nella forza pubblica», proprio ora che diversi facinorosi sono stati catturati e si cominciano a vedere i frutti di tanto impegno. E questo grazie anche allo «zelo» degli uscieri e delle guardie campestri.
Si loda in particolare l’operato dell’usciere Gigli che ha fatto arrendere «quattro capoccia refrattari» ed è riuscito a individuare l’introvabile nascondiglio di “Guerrino” grazie alla soffiata di un «amico segreto».
Senza i suoi informatori − continua il magistrato − «non era mai possibile che questo luogo fosse stato scoperto, né che il Zarri fusse ivi arrestato, atteso che il bosco era estremamente folto».
Poi conclude la sua “requisitoria” epistolare con una “frecciatina” nei confronti di alcuni fantomatici nemici della giustizia ai quali sarebbe «dispiaciuta la dissipazione di tanti malviventi e senza dubbio perché ne ritraevano profitto».
Nonostante tutto e tutti, il giudice campigliese avrebbe tirato dritto per la sua strada, incurante di quegli «uomini deboli ed egoisti», continuando senza sosta a «perseguitare il delitto ovunque lo trovi, come esige il dovere e la sicurezza sociale».
Il procuratore imperiale, che non doveva essere un tipo particolarmente suggestionabile, non si fece imbacuccare dall’astuto Fabrini e prese in mano l’indagine deciso a far luce sui fatti e a punire i colpevoli.
La sorella dello Zarri, ai primi di settembre, presentò denuncia al tribunale di Campiglia contro gli assassini del fratello e il giudice di pace ne approfittò per scrivere nuovamente al procuratore e chiedere clemenza per quegli uomini «la di cui rovina porterebbe seco quella delle loro famiglie».
Non potendo più negare, Fabrini è costretto ad ammettere che «quest’individui non avrebbero dovuto far fuoco. Ma assuefatti al loro antico mestiere di esecutori (i poliziotti di allora), crederono che ciò fosse permesso».
Agirono in buona fede: «per purgare queste campagne da uno scellerato» che, «dopo aver consumata la sua gioventù nelle carceri», si era dato alla macchia «da dove usciva per commettere ogni giorno qualche nuovo delitto».
Le accuse nei suoi confronti erano gravi: «incendi di siepi, capanne e fienili», «furti campestri», «uccisioni di grosso bestiame», ma soprattutto violenze carnali a mano armata, l’ultima delle quali addirittura ai danni di una bambina.
Il giudice di pace aveva fatto di tutto per coprire gli uccisori di “Guerrino”, due pessimi soggetti.
Giovanni Gigli, che i Campigliesi reputavano «un uomo piuttosto intrigante e sollecitatore di litigi», se la cavò; Francesco Caraffa invece dovette rassegnarsi al carcere.
“Guerrino”, il bandito ucciso alla Venturina, era davvero un sanguinario criminale o piuttosto somigliava ad una specie di “partigiano” ante litteram, nemico del governo imperiale, costretto a darsi alla macchia per sfuggire ai soprusi degli odiati francesi e dei loro complici nostrani?
Quando il giudice afferma che alcune persone avrebbero tratto un vantaggio dal mancato arresto dei ricercati, si riferisce forse ad un gruppo di antifrancesi che tramava nell’ombra?
Come mai la cattura dello Zarri era stata possibile solo grazie ad una soffiata? Forse diversi campigliesi in qualche modo lo avevano protetto fino ad allora, non rivelando dove si trovasse il suo nascondiglio?
E perché la sorella di “Guerrino” si rivolse al tribunale dopo l’omicidio? Se il fratello fosse stato davvero un mostro, come asseriva il Fabbrini, avrebbe avuto il coraggio di fare causa ai due uomini che lo avevano ucciso?
Forse sono solo suggestioni, i dubbi però restano…
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Molto interessante, è la nostra storia.
Molto bello e interessante. Pillole di storia che aiutano a conoscere il passato e a comprendere anche il presente. Grazie
Grazie Gianluca, una storia sconosciuta, il partigianato come forma di difesa dei diritti alla cittadinanza, a una cultura territoriale. Interessante e accattivante la descrizione dei personaggi e del periodo storico, della situazione che oggi definiremmo geopolitica, con alcuni accenni alla conformazione del territorio…
Grazie
Molto interessante. Adoro le storie maremmane, mi rucordano i racconti della bisnonna, campigliese doc.